Manovra stanca, Sanità infetta
La Legge di stabilità del governo è priva di guizzi sviluppisti, ma i tagli alla spesa sanitaria sono scongiurati. Almeno su questo punto sono d’accordo i partiti che sostengono l’esecutivo Letta. Ecco, un’altra vittoria così e saremo perduti, sostiene Guido Roberto Vitale: “E’ un risultato, quello della Sanità intatta, che rivendicano destra e sinistra, ma che non ci porta da nessuna parte. Anzi, accelera il processo di decomposizione del paese”. Banchiere d’affari con un’esperienza trentennale, presidente della società di consulenza finanziaria Vitale e Associati e già presidente di Rcs Mediagroup, Vitale al Foglio spiega che l’aggressione alla spesa pubblica è fondamentale, e non per ragioni astrattamente liberistiche

La Legge di stabilità del governo è priva di guizzi sviluppisti, ma i tagli alla spesa sanitaria sono scongiurati. Almeno su questo punto sono d’accordo i partiti che sostengono l’esecutivo Letta. Ecco, un’altra vittoria così e saremo perduti, sostiene Guido Roberto Vitale: “E’ un risultato, quello della Sanità intatta, che rivendicano destra e sinistra, ma che non ci porta da nessuna parte. Anzi, accelera il processo di decomposizione del paese”. Banchiere d’affari con un’esperienza trentennale, presidente della società di consulenza finanziaria Vitale e Associati e già presidente di Rcs Mediagroup, Vitale al Foglio spiega che l’aggressione alla spesa pubblica è fondamentale, e non per ragioni astrattamente liberistiche. “Sul treno ho incontrato Luca Rubinacci, a capo dell’omonima storica sartoria napoletana. Mi ha ribadito che per pagare uno stipendio di 1.500 euro ai suoi 30 sarti più giovani, lui deve metterci 4.000 euro di lordo. E’ solo la codardia dell’attuale classe politica a impedire che con lo stesso lordo si paghi un netto di 2.500 euro”. Dietro lo sgravio ultra leggero del “cuneo fiscale” di Enrico Letta, 14 euro al massimo in busta paga, c’è la codardia che impedisce di toccare i diritti acquisiti: dalle pensioni accumulate con il metodo retributivo all’istruzione universitaria gratuita per tutti (“ha ragione Francesco Giavazzi, è ingiusto che i figli dei ricchi non paghino 7.000 euro l’anno e che non si finanzino borse di studio per i meritevoli meno agiati”), passando per una residua condiscendenza verso “la piaga dell’evasione fiscale”.
“Per decenni la classe dirigente ha alimentato l’illusione di poter vivere in un contesto irreale, fondato sul debito pubblico e sui desideri contraffatti da ‘diritti’”. Da una “grande coalizione che tira soltanto a campare, come quella attuale e come ce ne sono molte oggi in Europa”, è difficile attendersi un’inversione di rotta. Vitale non se l’attende, però la auspica. Ci tiene infatti a spiegare che la svolta è possibile, perfino a partire da un tema considerato tabù come la riduzione della spesa sanitaria: “San Raffaele docet”, dice lui che, nel giugno scorso, raccontò al Foglio la storia di “un’azienda sanitaria che ha riaggiustato il bilancio semplicemente chiedendo ai fornitori di poter pagare il 30 per cento in meno le stesse quantità di merci”. Replicando l’esempio virtuoso dell’ospedale lombardo su scala nazionale, “senza intaccare la salute e far fallire i fornitori, si risparmierebbero almeno 5 miliardi l’anno”, dice Vitale. Abbastanza per triplicare la riduzione del cuneo fiscale nel 2014, e far guadagnare di più ai giovani sarti di Rubinacci e non solo a loro. L’ex presidente di Rcs non nega “l’esistenza di effetti benefici della crisi”, come il progressivo sgretolarsi dei patti di sindacato che controllano alcune grandi aziende, incluso il patto del Corriere della Sera: “Persone che si fingevano potenti, facendo leva su una ricchezza fasulla, spesso a debito”.
Tuttavia, considerato che “la possibilità di indebitarsi per lo stato è irrimediabilmente finita”, se questa grande coalizione continua a prendere decisioni “in base alle quali nessuno vince mai”, non è da escludere “un collasso politico e populistico anche a breve”. L’alternativa più ottimistica? “L’emersione di un leader differente da una classe politica che non ha un progetto”. Ottimismo della volontà, quello di Vitale, che pervade anche il suo punto di vista sulle vicende Alitalia, Telecom e Ansaldo: “Non sono dogmatico. Non condivido l’appello promosso da economisti e imprenditori sul Foglio ‘contro il riflusso statalista’. E’ una follia perdere aziende di eccellenza, perfino i liberisti americani chiusero la porta ai cinesi sulle imprese strategiche o imposero un management gradito quando British Aerospace chiese l’accesso al loro mercato. Da pragmatico dico che l’intervento statale serve per trattare con i partner stranieri da condizioni meno svantaggiose. Fossi stato al governo, in un paese che con il turismo può vivere, su Alitalia avrei investito 2 miliardi o più. Anzi, andrei a Bruxelles e metterei in chiaro che su alcune aziende il governo investirà per qualche tempo, non sprecherà risorse, e su questi dossier si sottoporrà al controllo contabile europeo. Chi potrà dire ‘no’? La Francia che è nel capitale di Renault e Peugeot? La Germania che ha speso miliardi per salvare le banche? Siamo seri”, conclude Vitale.